Classe1987. Ora, nel 2024, mi chiedo: cosa mi aspetta? E, soprattutto, cosa mi circonda? Sono nato in Italia, ho sempre vissuto qui. Ho avuto la fortuna di viaggiare e vedere posti lontani, ma ogni volta torno a confrontarmi con la realtà del mio paese. Non so se esista un’età precisa per fermarsi a fare un bilancio generale, non solo della propria vita, ma anche di ciò che ci circonda. Forse è questo il momento giusto. Probabilmente lo è sempre, in qualsiasi momento ma a quarant’anni si è abbastanza grandi per aver accumulato esperienze e abbastanza giovani da continuare a interrogarsi sul futuro. Un bambino nato in Italia nel 2023 ha un’aspettativa di vita di 83,8 anni. “La vita inizia davvero a quarant’anni. Fino ad allora, stai solo facendo ricerca” Carl Jung. Auto convincimento a parte percepisco l’equilibrio, forse squilibrio, perfetto per certi interrogativi. Una delle domande che mi pongo da anni è: perché si è creata una frattura così profonda tra politica e cittadini?
La Frattura tra Politica e Cittadini
Abbiamo imparato a pensare alla politica come qualcosa di lontano, estraneo, quasi nemico. Questo scollamento è diventato un fatto quasi naturale: i cittadini e lo Stato appaiono come due entità separate, incapaci di dialogare. Ma la politica, nella sua essenza, siamo noi. Il concetto di res publica, della cosa pubblica, dovrebbe essere più che mai attuale, ma sembra svuotato di significato. Scrivendo queste parole, sento un’urgenza maggiore del solito. Mi sembra di vivere in un momento di passaggio, in cui problemi, che forse sono sempre esistiti, ora emergono con una forza prepotente, spingendoci a riflettere. Come per qualsiasi altro aspetto, la percezione è ovviamente individuale. La mia incombenza probabilmente è nulla rispetto agli interrogativi di chi un secolo fa si trovava a fare i conti con il primo dopo guerra, tuttavia il momento sembra davvero catartico, per quanto il mio contingente nell’immediato sia relativamente stabile.
Le Crisi di Oggi: Guerre, Clima e Narcisismo
Viviamo un periodo complesso, segnato da guerre che sembrano lontane ma che, in realtà, ci riguardano molto da vicino. L’Ucraina non è poi così distante, Israele neppure. Distanza geografica a parte, sono ovviamente i legami internazionali e gli interessi in gioco a rendere di fatto, le distanze prossime allo zero. In particolare, il ruolo degli Usa e della Cina, oltreoceano ma più che mai coinvolti nella situazione, restituisce una carta geografica priva di fattore di scala, siamo tutti molto vicini. E mentre osserviamo i conflitti internazionali, siamo costretti a confrontarci con un altro nemico: il cambiamento climatico. Ma il vero problema non è il clima: siamo noi. La terra si adatta, come ha sempre fatto nei suoi milioni di anni di storia. Saremo noi a soffrire, incapaci di adeguarci ai danni che abbiamo inflitto all’ambiente. È il nostro narcisismo, il nostro masochismo, che ci rende ciechi di fronte alle conseguenze delle nostre azioni. Tutto e subito, il prezzo da pagare dopo, una fattura che ignoriamo e la cui scadenza cerchiamo imperterriti di prolungare. Neanche 5 anni fa eravamo tutti globalmente protagonisti di un periodo che avrebbe potuto azzerare il concetto tempo. Mai come oggi il mondo è sembrato così piccolo e interconnesso. Possiamo raggiungere qualsiasi angolo della terra con facilità, eppure le disuguaglianze globali rimangono enormi. Ci siamo concentrati così tanto sul progresso da dimenticare le sue implicazioni a lungo termine.
Una Politica Lenta, un Mondo Veloce
In un mondo che cambia a ritmi frenetici, la politica sembra incapace di stare al passo. Le istituzioni sono lente, antiquate, impreparate alle sfide moderne. Questa inadeguatezza alimenta il disinteresse: perché partecipare, perché votare, se nulla cambia? Eppure, paradossalmente, credo che la politica di oggi sia una perfetta rappresentazione del popolo italiano. La democrazia c’è e funziona, per quanto imperfetta. Le persone che ci governano sono espressione della maggioranza, e il nostro sistema elettorale, nel bene e nel male, rispecchia la volontà collettiva. Pur non avendone l’età per scriverlo, mi sento di dire che, da sempre, la situazione è risolta da pochi. Quei pochi che incredibilmente hanno sempre fatto la differenza nella storia del nostro paese. Tanto quanto in qualsiasi altro settore, all’ombra dell’oscura camera di regia nazionale, ci devono essere degli illuminati capaci di far funzionare la gigantesca macchina Italia nonostante gli evidenti guasti sistemici che col tempo rallentano sempre di più la vettura.
L’Eredità di Tangentopoli e il Mito Berlusconi
Penso spesso a come siamo arrivati a questo punto. Tangentopoli, con il suo tsunami di corruzione e scandali, ha scavato un solco profondo tra cittadini e politica. In seguito, l’ascesa di Berlusconi ha accentuato questa frattura, alimentando un populismo che ha saputo cavalcare il disincanto e le paure della gente. Il suo uso dei media, che aveva contribuito a costruire, è stato uno strumento potentissimo per conquistare il consenso. Mi chiedo come sia stato possibile che, nonostante questa consapevolezza, molti abbiano continuato a vedere nella politica una fonte di speranza e cambiamento, per poi restarne puntualmente delusi. Probabilmente il meccanismo di azione è stato lo stesso che si innescò dopo la Seconda guerra mondiale. La voglia di lasciarsi alle spalle quell’orrendo ventennio, i morti, la distruzione, era talmente tanta che tutti furono disposti a ignorare le conseguenze a lungo termine di molte scelte. Come biasimarli? Boom economico e terrorismo poi, mentre la guerra fredda e la paura comunista delineavano lo sfondo, crearono terreno fertile per un sistema politico basato su scambi e interessi capaci di garantire un benessere di fondo senza violenza e clamori, mentre una ristretta cerchia godeva di privilegi e guadagni fuori misura. Una sorta di perenne successione tra eccesso di benessere e cura per le conseguenze di questo abuso. Non ho gli strumenti per affermare con totale certezza la correlazione tra tangentopoli prima, le bombe di mafia poi e l’avvento della seconda repubblica finale, ma mi sembra evidente la ciclicità di quel fenomeno iniziato con la storia repubblicana stessa.
Una Generazione in Minoranza
Guardandomi intorno, mi accorgo che esiste una parte della popolazione che condivide una visione più civica e responsabile della società. Ma questa parte sembra essere una minoranza, incapace di trovare una rappresentanza autentica. Le persone che vorrebbero cambiare le cose si trovano spesso a combattere contro un sistema consolidato, come Don Chisciotte contro i mulini a vento. Il problema non è solo lo scollamento tra cittadini e politica, ma anche tra la maggioranza avente diritto di voto e quella parte di popolazione che desidera davvero il cambiamento. Come mai queste persone, pur esistendo, non riescono a emergere? È forse la domanda delle domande. Seguire determinate pagine e canali di informazioni probabilmente fomenta la sensazione di non essere soli, ma, al contrario, di essere in discreta compagnia, percezione per altro avvalorata dai numeri che si leggono su queste realtà. Eppure, questo apparente modo comune di vedere le cose non sembra trovare conferma in una realtà che si ponga come solida alternativa allo stato delle cose.
La Responsabilità dei Politici e dei Cittadini
Mi chiedo come vivano i politici che, consapevolmente, prendono decisioni contrarie all’interesse collettivo. Sicuramente alcuni sono mossi dall’opportunismo, forse la maggioranza, ma per forza di cose deve esistere una minoranza che, seppur costretta ad ‘obbedire’, agisca con profondi rimorsi di coscienza. Alcune decisioni sono così palesemente ingiuste e poco arbitrarie, che per forza di cose qualcuno, al netto di un implicito tornaconto, debba porsi delle domande ed entrare in conflitto con il proprio stato di un dividuo non solo facente parte di una società, ma addirittura elemento attivo della stessa. La politica non dovrebbe essere questo. Dovrebbe essere un servizio, non un privilegio e soprattutto ad agire dovrebbe essere la coscienza collettiva. E noi cittadini? Siamo davvero esenti da colpe? Il nostro disinteresse, la nostra apatia, hanno alimentato un sistema che perpetua disuguaglianze e inefficienze. La politica non è un’entità separata: è il riflesso delle nostre scelte, delle nostre priorità.
Un’Italia che Potrebbe Essere Grande
Nonostante tutto, credo fermamente che l’Italia abbia un potenziale enorme. Abbiamo risorse straordinarie, un patrimonio culturale unico, eccellenze in molti settori. Se solo riuscissimo a superare l’inerzia, a fermarci e a risolvere i problemi alla radice, potremmo essere un modello per il mondo. Proprio a partire dal modo in cui potremmo risolvere una situazione grave e purtroppo condivisa da paesi simili al nostro. Immagino un’Italia in cui la politica torni a essere vicina ai cittadini, in cui le decisioni siano guidate dall’interesse collettivo e non da privilegi di pochi. Un’Italia che sappia prendersi cura delle sue ricchezze senza distruggerle, che sia capace di affrontare le sfide con coraggio, senza rimandare all’infinito il momento della resa dei conti.
Conclusione: Ricominciare dalla Partecipazione
Tutto parte dalla partecipazione. Non esiste uno Stato senza cittadini, non esiste politica senza partecipazione. Sarebbe bello, per quanto utopico, che tutti tornassimo a sentirci parte del sistema, a riconoscerci nello Stato. Siamo noi lo Stato. E il confine tra loro e noi non dovrebbe esistere. Solo riavvicinandoci alla politica, solo tornando a essere parte attiva della democrazia, possiamo sperare di cambiare le cose. Il primo passo è ricostruire quel legame, abbattere quel muro che ci separa e che sembra ormai invalicabile. E forse, un giorno, potremo davvero vedere un’Italia migliore, un’Italia che si riscopre unita, consapevole e capace di fare la differenza. Deve interessarci, perché significa interessarci di noi stessi.


Lascia un commento