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Italiani Popolo di Evasori

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Nel 1789 Benjamin Franklin disse: “Solo due cose sono certe nella vita: tasse e morte”. In Italia siamo sicuramente certi della seconda, della prima un po’ meno. Da sempre un argomento spinoso e origine di accese discussioni. Alla sola parola “contributi”, dal parlamento allo sperduto bar di paese, il dibattito si accende. Le tifoserie sono eterogenee, ma nella maggior parte dei casi è facile identificare le due fazioni: da una parte i lavoratori dipendenti e dall’altra gli autonomi e i titolari d’impresa. La divisione può essere ulteriormente marcata attribuendo i colori antifisco alla parte destro-liberale e quelli pro-fisco alla sinistra. Chiaramente, pensare a una divisione di questo tipo è totalmente fuorviante e non aderente alla realtà.

Al netto dell’espressione comune “fare nero”, è praticamente impossibile stabilire due chiare e nette tonalità sull’argomento. Si può invece certamente parlare di molte sfumature. L’assioma da cui partire è: pagare le tasse non solo è un dovere civico e morale, ma soprattutto una profonda espressione di coscienza (individuale e collettiva).

Tutto ciò di cui noi possiamo usufruire, dalla sanità all’ordine pubblico passando per l’istruzione, è espressione diretta dei nostri contributi. Obiettare a questa affermazione portando come argomento la scarsa qualità o inefficienza di quanto appena elencato è quanto di più sbagliato si possa fare. Evidenziare le criticità della macchina statale è non solo doveroso, ma anche utile e necessario affinché vengano risolte o migliorate. Tuttavia, non può in nessun modo essere un alibi per una totale o parziale evasione. Contravvenire alle regole è il primo passo per esasperare i malfunzionamenti e le mancanze.

Che esista una cattiva ed approssimativa gestione della cosa pubblica è purtroppo un dato di fatto, ma allo stesso modo è innegabile la presenza di una gigantesca voragine nei conti pubblici che può essere sanata solo ed esclusivamente con un aumento del gettito fiscale. Tale aumento deve avvenire non gravando su chi già si comporta secondo coscienza e regole, ma su chi si sottrae costantemente agli obblighi di legge, usufruendo comunque di ciò che lo Stato garantisce a ogni cittadino.

I dati parlano chiaro: l’economia sommersa in Italia vale 174,6 miliardi di euro. Siamo primi in Europa per evasione IVA, pari a quasi 15 miliardi su un totale europeo stimato di 60. I numeri sono inquietanti: basti pensare che la manovra in via di approvazione vale circa 28 miliardi. Il confronto tra le cifre, già di per sé impietoso, diventa quasi impossibile se si pensa all’ammontare dei tagli effettuati nel corso degli anni a compartimenti fondamentali per la sopravvivenza di uno Stato. L’assenza di investimenti in settori come istruzione, sanità e welfare è ormai patologica e reiterata nel corso degli anni. Questi settori, in particolare, non solo avrebbero bisogno di nuova linfa per la loro sopravvivenza, ma anche e soprattutto per una profonda riorganizzazione che ne migliori efficienza ed efficacia in un mondo che continua a cambiare con una velocità sempre più elevata.

In una recente indagine, gli stessi cittadini hanno espresso il desiderio di una maggior attenzione sui temi appena elencati; tuttavia, la costante sottrazione di capitali alle casse dello Stato è epidemica. A risultare poco diligenti sono soprattutto gli autonomi, rei di una corposa fetta di mancati introiti fiscali. D’altro canto, gli stessi lamentano l’alta pressione fiscale a cui sono sottoposti, in assenza per altro di strumenti di tutela e supporto. I lavoratori dipendenti, tassati all’origine e quindi impossibilitati ad evadere l’entrata principale, puntano il dito vedendo mensilmente l’ammontare delle trattenute in busta paga. Completa questa spirale viziosa di accuse più o meno legittime un sistema di calcolo che non sembra colpire in maniera omogenea ricchi e poveri. La proporzionalità tra reddito e prelievo fiscale, che dovrebbe essere alla base di qualsiasi sistema democratico, non appare reale. Chi ha di più non sembra pagare quanto dovrebbe, e la cosiddetta fascia media, da molti considerata il cuore pulsante dell’economia italiana, è quella maggiormente colpita dagli organi tributari.

Ovviamente, la sensazione di una disuguaglianza nel pagamento dei tributi, con facoltosi contribuenti e grandi aziende capaci di minimizzare il loro carico fiscale, non può che rafforzare l’idea che evadere sia giusto. Peggio di noi, in termini di contributi non versati, fanno solo Grecia e Portogallo in Europa. Uno dei tanti aspetti tristi di questo argomento è lo scollamento che si crea tra cittadini e Stato, con quest’ultimo percepito lontano e diverso, un organismo estraneo a cui si deve sempre qualcosa, ma incapace di rendere in maniera proporzionale nella forma dei servizi erogati.

Per quanto assurdo, bisognerebbe sempre ricordarsi che, come in qualsiasi sistema democratico, lo Stato non è “altro”, ma una diretta espressione dei cittadini stessi. Sebbene sia difficile stabilire dove e come sia iniziata la pratica di un’evasione che sembra incontrollabile e naturale, molti fanno coincidere gli anni ’70 e ’90 con i momenti di massima espressione e diffusione della pratica. Bisogna inoltre sottolineare come la percentuale e tipologia di tasse evase cambi da regione a regione. In particolare, le regioni del Sud Italia, come Sicilia, Campania e Calabria, sembrano essere le meno virtuose in termini di adempimenti fiscali. A contribuire a questo triste traguardo ci sono la forte diffusione dell’economia informale, tassi di disoccupazione elevati, un tessuto imprenditoriale poco sviluppato e, più in generale, una cultura contro la tassazione.

Quest’ultimo aspetto è fondamentale. Non è difficile stabilire un nesso tra cultura e corretti comportamenti fiscali; ad esempio, il rapporto tra tasso di scolarizzazione e percentuale di contributi versati appare chiaro e netto. Basti pensare che negli ultimi test INVALSI la percentuale di studenti con competenze inadeguate valeva 26 punti nella città di Sondrio contro i 65 di quella di Crotone.

Sotto questo punto di vista, è importante sottolineare come la redistribuzione del capitale versato non sia proporzionale: la Lombardia, ad esempio, a fronte di 50/60 miliardi annualmente versati, ne riceve solo 20 sotto forma di servizi erogati. Il fenomeno dell’evasione fiscale, oltre a creare un pesante buco nelle casse dello Stato, contribuisce ad agevolare le attività criminali e il lavoro nero, creando di fatto una vera economia sommersa. Da una parte, mafia e criminalità organizzata riescono a riciclare e distribuire più facilmente i proventi delle attività illecite; dall’altra, è più facile ottenere mano d’opera e servizi a basso costo. Se gli effetti delle attività criminali non necessitano di spiegazioni, è bene ricordare che il lavoro in nero non solo toglie introiti all’erario, ma priva i lavoratori delle tutele minime previste per legge, favorendo, tra l’altro, forme di sfruttamento e schiavismo.

Affrontare l’evasione fiscale in Italia richiede un approccio multidimensionale che spazia dalla sensibilizzazione e istruzione del cittadino all’utilizzo di sistemi elettronici, passando per importanti riforme e attività di sensibilizzazione. Lo Stato deve impegnarsi affinché la tassazione sia equamente divisa e successivamente redistribuita correttamente, con particolare attenzione per i soggetti e le fasce di popolazione più deboli, chiedendo di più a chi possiede di più. I cittadini devono invece responsabilizzarsi maggiormente sul loro ruolo nella società, pensando non solo a ciò che gli spetta, ma anche a ciò che è giusto che facciano per sé stessi e, soprattutto, per la collettività.

Se da un lato evadere garantisce un risparmio e un guadagno nell’immediato, dall’altro è la peggior forma di investimento, soprattutto nei confronti delle generazioni a venire.

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