Il luogo di nascita è un dato totalmente aleatorio. Nessuno sceglie dove e come nascere, e qualsiasi genitore, nell’ottica più naturale del concetto, desidererebbe dare luce alla propria progenie nel miglior luogo possibile. Questo, il più delle volte, non è possibile, e il significato stesso di “migliore” è suscettibile di molte interpretazioni. Tuttavia, è innegabile che alcuni luoghi non lascino spazio a dubbi. Uno degli aspetti più tristi è constatare come luoghi morfologicamente e geograficamente stupendi siano, in realtà, “pessimi” per dare luce a un bambino e, soprattutto, per il prosieguo della sua esistenza. Troppi sono i luoghi dove nemmeno è possibile avere un passaporto e, anche qualora fosse possibile, non ci sono le condizioni per spostarsi lontano, verso realtà dove la natura e lo scenario non possono competere ma le condizioni generali di vita sono umane.
Gli esempi, purtroppo, sono tantissimi. Se poi ci si concentra sui marker che determinano la vivibilità, il globo si riduce a pochi e isolati luoghi dove le condizioni di vita sono sostenibili. Prima del terremoto del 2010, quanto doveva essere bella Haiti? Al netto di un tremendo evento sismico, penso che la sua bellezza sia rimasta intatta; purtroppo, le conseguenze hanno minato più l’ecosistema sociale e umano che quello naturale. Oggi quel pezzo di terra paradisiaco è in preda all’anarchia, dove l’acqua potabile è ben più di un lusso. Come detto, gli esempi potrebbero essere moltissimi, e gli eventi sembrano suggerire una progressiva riduzione dei luoghi dove “vivere bene” sia possibile.
Nascere nel Meridione d’Italia non è una scelta, né un dramma, ma, dati alla mano, una situazione da cui si cerca di scappare il più velocemente possibile. Qui, come altrove, la bellezza geografica non può essere messa in discussione; tuttavia, il contesto non offre quelle caratteristiche che permettano uno stile di vita dignitoso rispetto a chi nasce o risiede più a nord. È una situazione radicata da tempo, che oggi assume una dimensione nuova, soprattutto in virtù del fatto che non riguarda più solo i lavoratori in cerca di un impiego, ma anche giovani in cerca di un percorso di studi valido e avvalorato o cittadini bisognosi di un trattamento sanitario adeguato.
È una situazione endemica; come si suol dire, siamo sempre i terroni di qualcun altro. Tuttavia, le correnti migratorie provenienti dall’Africa hanno profondamente smussato i contorni della questione. Sempre secondo la lingua populi, gli immigrati sono i nuovi terroni. È facile comprendere come e perché persone provenienti dalle regioni più martoriate e difficili dell’Africa e del Medio Oriente scelgano di spostarsi. Accettare che anche chi condivide il mio passaporto e i miei diritti debba sognare una vita lontano dal mare e dal sole è, tuttavia, quasi impossibile.
Sono nato al Nord, quello vero e profondo. Vivo a Milano, fondamentalmente privilegiato, cresciuto quando la Lega nasceva a sinistra, imbrattando i muri con lo slogan “Padania libera”. Penso che abbiamo fallito con noi stessi. Con gli altri stiamo facendo, e non potremo che fare, peggio.
La questione meridionale rappresenta uno dei temi più complessi e centrali nella storia dell’Italia unita. A partire dal 17 marzo 1861, questa problematica ha attraversato tutte le fasi della storia italiana, influenzando profondamente l’economia, la politica e la società del Paese.
Brigantaggio e Prime Disuguaglianze
Subito dopo l’unificazione, il brigantaggio esplose come fenomeno sociale e politico nel Mezzogiorno, soprattutto tra il 1861 e il 1870. Il brigantaggio non fu solo un fenomeno di criminalità diffusa, ma anche una forma di ribellione contro le condizioni economiche e sociali imposte dal nuovo Stato unitario. La tassa sul macinato, le espropriazioni delle terre demaniali e la leva obbligatoria furono misure particolarmente malviste dalle classi più povere. Il Sud, lontano dalle promesse di progresso fatte dai liberali, si ritrovò isolato e oppresso economicamente.
Le misure repressive adottate dallo Stato piemontese, come la legge Pica del 1863, portarono a violenze e brutalità che alimentarono un senso di estraneità del Sud rispetto al resto d’Italia. Questa frattura culturale ed economica diede origine a un dualismo che avrebbe segnato a lungo la storia italiana.
Per la prima volta si parlò di camorra, e per la prima volta si cercò di reprimere un fenomeno a tratti ‘naturale’ con la forza, non tenendo conto della profonda disomogeneità di un popolo che si voleva unire sotto la stessa bandiera. Le motivazioni erano nobili e indiscutibili, come del resto era fuori discussione la profonda diversità di storia e cultura tra i due estremi dello stivale. La forza non servì a molto, e, per quanto la spinta risorgimentale fosse intellettualmente ammirabile, non si cercò un vero punto di incontro tra ‘popoli’ assai vicini ma tremendamente lontani.
Industrializzazione e la Questione Economica
Durante l’età giolittiana (fine Ottocento – inizio Novecento), l’Italia si avviò verso un processo di industrializzazione, ma esso rimase confinato principalmente al Settentrione, con Torino, Milano e Genova che formarono il cosiddetto triangolo industriale. Il Meridione rimase prevalentemente agricolo, con un sistema latifondista arretrato, bassi investimenti infrastrutturali e scarsa presenza di industrie.
La questione meridionale divenne dunque anche una questione economica: le disuguaglianze territoriali si tradussero in alti tassi di analfabetismo, povertà e disoccupazione nel Sud. L’emigrazione di massa verso le Americhe e, successivamente, verso il Nord Italia fu uno sfogo inevitabile per milioni di meridionali in cerca di un futuro migliore.
La Mafia e il Controllo del Territorio
Parallelamente, l’arretratezza economica e la debolezza delle istituzioni statali nel Meridione favorirono l’ascesa della mafia e di altre organizzazioni criminali. La mafia, nata come fenomeno locale in Sicilia, si trasformò in un vero e proprio sistema di potere parallelo. L’organizzazione mafiosa si radicò nel controllo del territorio, offrendo protezione e risolvendo controversie in un contesto caratterizzato dall’assenza dello Stato.
Mafia in Sicilia, camorra in Campania, ‘ndrangheta in Calabria, sacra corona unita in Puglia: nomi diversi per indicare un’alternativa a un governo incapace di essere presente, agire e dettare la via di condotta. Durante il fascismo, ci furono tentativi di repressione della mafia, ma questi si rivelarono spesso superficiali o inefficaci. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la mafia si rafforzò ulteriormente, grazie ai legami con il mondo politico e all’espansione dei traffici illeciti, come il contrabbando e, successivamente, il traffico di droga. La mafia ha rappresentato e rappresenta tuttora uno dei maggiori freni allo sviluppo del Sud.
Stabilire con esattezza come e quanto le organizzazioni criminali abbiano agevolato lo sbarco degli Alleati è molto difficile, così come lo è determinare la loro infiltrazione sulla ricostruzione successiva. Tuttavia, è innegabile che, a partire dal secondo dopoguerra, si sia letteralmente creato uno “stato nello Stato”. A distanza di così tanto tempo, è impensabile attribuire con certezza le giuste responsabilità in un periodo in cui una Repubblica nascente cercava di dimenticare vent’anni di dittatura e lutti. Eppure, non posso non pensare che, per la prima volta, si sia chiuso un occhio, sperando che un contesto più favorevole avrebbe consentito a chi sarebbe venuto dopo di sistemare una situazione che si stava delineando nel peggiore dei modi.
Inutile dire che questa proroga si sia ripetuta all’infinito, trasformandosi in un continuo rinvio dell’ammissione di colpa e nella mancata constatazione reale del danno fatto.
Il Dopoguerra e l’Intervento Straordinario
Nel secondo dopoguerra, la questione meridionale tornò al centro del dibattito politico. Con l’obiettivo di ridurre il divario Nord-Sud, vennero introdotte misure straordinarie come la Cassa per il Mezzogiorno (1950), destinata a promuovere investimenti infrastrutturali nel Sud. Tuttavia, nonostante alcuni miglioramenti, l’intervento straordinario spesso si tradusse in inefficienze, clientelismo e spreco di risorse.
L’industrializzazione forzata, concentrata su cattedrali nel deserto (grandi stabilimenti isolati dal tessuto economico locale), non riuscì a creare un reale sviluppo economico duraturo. L’emigrazione riprese intensamente negli anni ’50 e ’60, con milioni di meridionali che si trasferirono nelle regioni settentrionali in cerca di lavoro nelle fabbriche. L’ondata migratoria si spinse anche oltre confine, la presenza italiana in Germania, ad esempio, è massiccia e, in parte, la locomotiva tedesca trovò importante vigore e combustibile nella mano d’opera proveniente dal meridione.
Assunzioni di Personale Statale nel Mezzogiorno
Nel tentativo di arginare la disoccupazione cronica del Sud Italia, nel corso del Novecento lo Stato promosse assunzioni massive di personale meridionale nei compartimenti pubblici. Questo fenomeno si sviluppò come risposta emergenziale per limitare la mancanza di posti di lavoro, anche se spesso non corrispondeva a una reale volontà di lavorare per lo Stato o per aziende operanti nel settore pubblico.
Questo intervento, sebbene motivato dall’urgenza di creare occupazione, non ha favorito un’efficienza reale nei servizi pubblici. Ancora oggi, il sistema pubblico nel Mezzogiorno è spesso caratterizzato da disservizi, inefficienze e sprechi, con uffici sovraffollati di personale ma scarsamente produttivi. Questo squilibrio ha contribuito a perpetuare un’immagine negativa del pubblico impiego nel Sud e ad alimentare un circolo vizioso di clientelismo e scarsa qualità dei servizi erogati.
Pleonastico constatare come questo fenomeno abbia aumentato a dismisura le differenze e i contrasti. Se da una parte la figura dell’addetto alle poste, dell’insegnante, dell’impiegato comunale o del ferroviere nulla facente hanno assunto l’aspetto e l’accento del meridione creando una sorta di figura tipo nell’immaginario comune; dall’altro a messo in cattiva luce chi invece, nonostante il luogo di provenienza, voleva davvero esercitare la professione con passione e volontà finendo comunque mal giudicato. Dulcis in fondo la situazione ha creato terreno fertile per tutte quelle persone non nate al sud ma desiderose di uno stipendio senza corrispondere con una vera opera professionale.
Infrastrutture e Servizi Pubblici
Una delle principali cause del divario Nord-Sud è rappresentata proprio dalle carenze infrastrutturali nel Mezzogiorno. Strade, ferrovie e autostrade sono spesso insufficienti o obsolete, limitando la mobilità delle persone e delle merci e penalizzando la competitività economica. La rete ferroviaria ad alta velocità, ad esempio, si ferma a Napoli, mentre gran parte del Sud è servito da linee ferroviarie lente e non elettrificate. Si contano appena 181 km di alta velocità, presenti solo in Campania e il divario in termini di elettrificazione è impietoso (58,2% al Sud contro l’80% al Centro-Nord) e anche di rete autostradale (1,87 km per 100 km² al Sud contro 3,29 km al Nord).
La Salerno Reggio Calabria è diventata purtroppo simbolo di ritardo, inefficienza e totale permeabilità a infiltrazioni criminali. Quella che poteva e doveva essere un’opportunità, è diventata una barzelletta capace di alimentare intere generazioni malavitose.
Certo, la morfologia del terreno non aiuta, per strade e ferrovie aggirare colline, montagne e fiumi è più complicato che dove il terreno è pianeggiante, ma non può essere una scusante, considerate anche tecnologie e strumenti attuali.
La sanità nel Mezzogiorno è un altro nodo cruciale. Ospedali carenti, lunghi tempi di attesa e un numero insufficiente di strutture costringono molti cittadini meridionali a spostarsi verso il Nord per ricevere cure adeguate. Questo fenomeno, noto come mobilità sanitaria, rappresenta non solo una difficoltà per i pazienti, ma anche un’emorragia economica per le regioni meridionali. La speranza di vita è inferiore di 1,3 anni rispetto al Centro e Nord-Ovest e di 1,5 anni rispetto al Nord-Est.
Analogamente, il sistema educativo soffre di mancanza di fondi e infrastrutture moderne: solo il 21,2% degli studenti della scuola primaria nel Mezzogiorno ha accesso a una mensa, contro il 53,5% del Centro-Nord, e solo il 33,8% frequenta scuole dotate di palestra, rispetto al 45,8% nel Centro-Nord. In generale la scuola italiana versa in pessimo stato, qui le cose sembrano andare peggio. Molti giovani si vedono costretti a migrare al Nord per frequentare università più attrezzate e con migliori opportunità lavorative post-laurea. Questa migrazione, seppur formativa, impoverisce ulteriormente il Mezzogiorno, che perde costantemente giovani talenti e competenze.
La Fuga dei Giovani e il Divario Lavorativo
Dal 1995 oltre 1,5 milioni di giovani hanno lasciato il Sud Italia per cercare nuove opportunità lavorative, spostandosi prevalentemente nelle regioni del Nord. Questo fenomeno ha contribuito ad aggravare le già difficili condizioni economiche del Mezzogiorno, dove il PIL pro-capite è ormai la metà di quello del Nord Italia, e il tasso di occupazione è cresciuto negli ultimi 25 anni quattro volte meno rispetto al Nord. Secondo il rapporto SVIMEZ, nel Mezzogiorno circa 1,4 milioni di giovani under 35, prossimi o potenzialmente vicini al mercato del lavoro, non trovano opportunità stabili. I NEET (Not in Education, Employment, or Training), ovvero coloro che non lavorano, non frequentano la scuola e non sono impegnati in percorsi formativi, rappresentano quasi il doppio rispetto al Centro-Nord (35,1% contro 18,3%).
Le tendenze attuali continuano a generare migrazioni interne dal Sud al Nord, con conseguente spopolamento del Mezzogiorno e sovraccarico delle aree settentrionali. Tra il 2002 e il 2021 oltre 2,5 milioni di persone hanno lasciato il Mezzogiorno, per l’81% verso il Centro-Nord, determinando una perdita netta di 1,1 milioni di residenti. Tra i migranti, 808 mila erano under 35, di cui 263 mila laureati. Si stima che entro il 2080 il Mezzogiorno perderà più di 8 milioni di residenti, con una riduzione della popolazione complessiva dal 33,8% al 25,8% del totale nazionale. Questo fenomeno implica costi sociali significativi: una perdita di capitale umano e valori culturali nelle aree abbandonate.
La Crescita del PIL e l’Impatto degli Investimenti Pubblici
Secondo recenti analisi, il 2023 ha rappresentato un anno di crescita significativa per il Mezzogiorno. Il PIL del Sud è cresciuto dell’1,3%, superando la media nazionale (+0,9%) e quella del Nord-Ovest (+1%). È un risultato che, tuttavia, richiede una lettura attenta: la crescita è stata fortemente trainata dalla spesa straordinaria del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e dai fondi europei della programmazione 2014-2020.
La clausola del 40% degli investimenti PNRR destinati al Sud ha portato una spinta notevole, contribuendo per lo 0,5% alla crescita complessiva del PIL meridionale. Questo risultato è dovuto principalmente al settore delle costruzioni, con un aumento del 16,8% degli investimenti pubblici al Sud contro il 7,2% del Centro-Nord. Tuttavia, questi dati pongono interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine: con la fine dei fondi straordinari, si rischia un rallentamento economico che interromperebbe questo ciclo positivo.
Anche Banca d’Italia rileva come, nonostante questa crescita recente, il PIL del Sud sia ancora inferiore di oltre 7 punti rispetto ai livelli pre-crisi del 2008-2009. Inoltre, il PIL pro capite del Mezzogiorno rimane fermo a circa il 55% di quello del Nord, una stagnazione che persiste dal 2016.
Criminalità e Sviluppo Economico
La criminalità organizzata, oltre a influire negativamente sull’economia, spegne l’innovazione e limita lo sviluppo imprenditoriale. La presenza mafiosa scoraggia investimenti esterni e crea un clima di paura e instabilità. Molti imprenditori locali sono costretti a pagare il pizzo o ad abbandonare progetti innovativi per non entrare in conflitto con le organizzazioni criminali.
Anche il turismo, potenziale risorsa economica fondamentale per il Mezzogiorno, risente della criminalità e della carenza infrastrutturale. Nonostante le bellezze naturali e storiche del Sud, molte località rimangono inaccessibili o poco valorizzate, e la percezione di insicurezza frena il flusso turistico. La mancata promozione e tutela del patrimonio culturale rappresenta un’occasione persa per creare occupazione e crescita economica. D’altro canto, le località più conosciute e già apprezzate, se da una parte segnano presenze record, dall’altra esprimono ancor di più le problematiche elencate: lavoro nero, malo sfruttamento del territorio, sperpero di risorse idriche e naturali, favoreggiamento della criminalità.
Divario Economico e Lavoro Nero
Un altro aspetto fondamentale del divario Nord-Sud è proprio rappresentato dall’elevato tasso di economia sommersa e lavoro nero presente nel Mezzogiorno. Secondo recenti stime, nel Sud Italia l’economia sommersa rappresenta una quota molto più alta del PIL rispetto al Centro-Nord. Questa situazione è legata sia alla carenza di opportunità lavorative regolari che alla presenza della criminalità organizzata, che spesso controlla il mercato del lavoro informale.
Il lavoro nero non solo priva i lavoratori di diritti e tutele fondamentali, ma sottrae allo Stato ingenti risorse in termini di tasse e contributi previdenziali. Questo fenomeno perpetua un circolo vizioso di povertà e precarietà, contribuendo a mantenere il Mezzogiorno in una situazione di arretratezza economica e sociale.
Divario Nord-Sud e Autonomia
Il divario crescente tra Nord e Sud del paese è tornato ancora una volta di attualità, negli ultimi tempi, grazie al dibattito sulla maggiore autonomia chiesta da alcune regioni del Nord Italia. Uno dei motivi che spesso motivano questa richiesta è l’idea che le regioni più ricche vedano una parte significativa delle risorse pubbliche impiegate per finanziare una spesa pubblica inefficiente, improduttiva e clientelare nel resto del paese. Tuttavia, come ricordato dallo SVIMEZ, quando si include nel conteggio ogni voce, il Nord riceve una percentuale della spesa pubblica molto superiore al Sud: circa 4 mila euro a persona in più.
Il dibattito si è spesso concentrato sul residuo fiscale, ossia quante tasse raccolte in una regione rimangono sul territorio e quante vengono redistribuite. Sebbene il Nord contribuisca di più in virtù del PIL maggiore, è altrettanto importante osservare quanto ogni regione riceve effettivamente. Secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato, la spesa pubblica regionalizzata è inferiore per Lombardia e Veneto rispetto ad altre regioni, ma questi dati sono parziali, poiché escludono voci cruciali come spesa previdenziale e assistenziale.
Utilizzando invece i dati più completi del Conti Pubblici Territoriali (CPT), emerge che il Centro-Nord riceve in media 17 mila euro di spesa pubblica pro capite contro i 13.300 del Sud. La regione che riceve meno è la Campania (12 mila euro), meno della metà rispetto alla Valle d’Aosta (25 mila euro). Questo dato smentisce il luogo comune secondo cui le regioni meridionali godano di spesa eccessiva e mette in luce una distribuzione squilibrata delle risorse pubbliche a livello nazionale.
La Questione Meridionale Oggi
Oggi, nonostante il progresso tecnologico e sociale, la questione meridionale è ancora presente. Le macro-differenze tra Nord e Sud persistono: il PIL pro capite delle regioni meridionali è nettamente inferiore a quello del Settentrione, il tasso di disoccupazione è più alto e i servizi pubblici, come sanità e istruzione, mostrano gravi carenze.
La criminalità organizzata continua a influire negativamente sull’economia del Mezzogiorno, scoraggiando investimenti e sviluppo imprenditoriale. Al contempo, il divario infrastrutturale penalizza la competitività delle regioni meridionali rispetto al resto del Paese.
Conclusioni
La questione meridionale è una ferita ancora aperta nella storia italiana. Le radici del problema affondano nelle scelte fatte durante e dopo l’Unità d’Italia e si sono amplificate nei decenni successivi a causa di politiche inefficaci, mancata industrializzazione e presenza pervasiva della criminalità organizzata.
La storia del brigantaggio, della mafia e delle disuguaglianze economiche ha segnato profondamente il Sud, creando un divario strutturale che l’Italia fatica ancora oggi a colmare. Una soluzione richiederebbe un impegno collettivo e a lungo termine, con investimenti mirati, una lotta efficace alla criminalità e una politica economica e sociale che metta davvero al centro lo sviluppo del Mezzogiorno.
Per molto tempo ho pensato che chi dal Sud veniva al Nord avrebbe dovuto poi fare ritorno per portare il know-how e la forma mentis alle origini, convinto che fosse l’unico modo per cambiare le cose. In parte lo penso tutt’ora, ma, dopo aver ascoltato le tante storie di meridionali trasferiti in pianta stabile al Nord, in particolare nel milanese, mi chiedo con quale coraggio gli si potrebbe chiedere una cosa del genere. Lasciare la propria terra, soprattutto quando è tremendamente bella e accogliente nella sua forma originale, è difficilissimo; ritornarci dopo aver contribuito al benessere altrove e averne in parte goduto è veramente complicato.
Iper informati dal problema immigrazione, abbiamo completamente dimenticato tutte queste persone che dal Sud si sono spostate al Nord, contribuendo in maniera fondamentale alla produzione e al benessere economico del settentrione stesso. Oggi il concetto classico di “milanese” è quasi irriconoscibile: basta fare un giro per la città per sentire accenti provenienti da altre parti d’Italia più spesso che l’accento tipico milanese.
È triste pensare a un’Italia così divisa e così diversa, con due velocità completamente distinte. I tempi di “Padania libera” sono lontani, ma è stato necessario aspettare così tanto per capire quanto le attività criminali del Sud si siano infiltrate anche al Nord. Questo è potuto accadere perché, evidentemente, il Nord è un terreno molto più fertile di quanto si possa pensare per determinati sistemi criminali. Sembra che le differenze genetiche tra nord e sud in Italia siano le più accentuate negli stati dell’unione europea, sicuramente la forma geografica e le differenti storie facilitano le differenze; tuttavia, direi che non ci siano poi tante grosse differenze nel cogliere le facili opportunità che l’illecito crea, anche a scapito della cosa pubblica. Che ci siano differenze tra Nord e Sud è fuori discussione, così come è innegabile l’importanza delle popolazioni meridionali per la sopravvivenza stessa del Nord, sia in termini di forza lavoro sia di menti geniali.
Milano e Napoli con molta lentezza saranno sempre più vicine, eppure il trend di spostamento sembra inarrestabile. Per esempio, gli infermieri: nonostante la scuola italiana formi ottimi professionisti, richiesti in tutta Europa, chi si forma al Sud viene spesso a lavorare al Nord, mentre chi studia al Nord cerca fortuna all’estero, in Francia o in Svizzera, dove gli stipendi sono più alti. Questo crea un circolo vizioso: il Sud perde continuamente capitale umano e risorse, alimentando il divario territoriale.
È facile immaginare un futuro in cui chi si laurea al Nord – spesso figli di meridionali trasferiti – andrà all’estero, mentre chi si laurea al Sud continuerà a spostarsi al Nord, lasciando il Mezzogiorno ancora più depauperato. Nel frattempo, il personale sanitario del Sud potrebbe essere progressivamente sostituito da lavoratori immigrati, che oggi molti guardano con sospetto.
Per quanto la migrazione sia un fenomeno naturale, è doloroso vederla avvenire all’interno della stessa nazione. È drammatico che chi nasce in posti meravigliosi debba lasciarli non per scelta, ma per necessità, cercando altrove una vita dignitosa, sempre però all’interno dei confini nazionali. Questo non dovrebbe accadere: le stesse opportunità disponibili al Nord dovrebbero essere garantite in ogni angolo d’Italia.
In conclusione, il divario Nord-Sud non è solo una questione economica, ma anche sociale e culturale. Per superarlo è necessario garantire condizioni di vita dignitose ovunque, investendo nel Mezzogiorno e riconoscendo il valore che il Sud ha portato e continua a portare al resto del Paese.
Analizzare ed esprimere differenze e criticità non può e non deve essere un modo per inasprire una sorta di conflitto interno andando, per altro, a stimolare ulteriormente un campanilismo che puzza tremendamente di vecchio e marcio. Semmai deve essere un modo per cercare i primi aspetti su cui lavorare per migliorare e creare quella coesione sociale fondamentale per affrontare i cambiamenti attuali. Per quanto difficile le innegabili differenze devono essere sfruttate per fare la differenza, sfruttando i punti forti, e poter così giocare da protagonisti, forti di un territorio più unico che raro, proprio perché molto diverso e in posizione strategica.


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