Tremate, l’uomo nero è tra noi. Non è più una semplice figura delle fiabe capace di incutere timore; è diventato il perfetto capro espiatorio per ogni problema, il colpevole perfetto per ogni situazione, soprattutto quelle dove l’ammissione di responsabilità da parte di chi dovrebbe governarci e tutelarci sarebbe non solo auspicabile ma più che mai giusta. Qualunque cosa accada, c’è chi ha sviluppato l’abilità di deviare l’attenzione o, peggio, di colpevolizzare chi, in realtà, è il più delle volte vittima della situazione. Ma chi è questo “uomo nero”? Nelle fiabe era un personaggio oscuro e spaventoso, ma oggi rappresenta chiunque abbia tratti somatici diversi dai nostri: dal colore della pelle a un accento straniero. Gli immigrati, soprattutto quelli provenienti dall’Africa, dal Medio Oriente o dai Balcani, sono diventati il bersaglio per eccellenza. Qualsiasi cosa accada, in qualche modo, la colpa ricade su di loro. Sono visti come la causa di tutti i problemi, anche se il vero problema è la nostra incapacità di affrontare l’immigrazione in modo razionale e umano. L’immigrazione non è un fenomeno nuovo né tantomeno arrestabile. Migrare fa parte della storia dell’umanità. Perché mai oggi dovrebbe essere diverso, con i mezzi moderni che rendono gli spostamenti più facili? Tuttavia, il mondo non è “piccolo” per tutti allo stesso modo. Noi italiani abbiamo il privilegio di un passaporto che ci apre le porte del mondo, ma per chi nasce in luoghi dove viaggiare è impossibile, persino il concetto di passaporto può sembrare un lusso irraggiungibile. La migrazione è un diritto umano e, volenti o nolenti, fa parte della nostra storia. Siamo stati migranti anche noi, spesso costretti a cercare una vita migliore altrove. Oggi, però, anziché riconoscere questo fenomeno come naturale, preferiamo demonizzarlo. Tentiamo di fermarlo con politiche inadeguate e inefficaci, dimenticando che la nostra posizione geografica ci rende il primo punto d’approdo per chi fugge da situazioni disperate. Bloccare l’immigrazione è un’utopia. Il blocco navale, per esempio, è pura fantascienza: neanche schierando tutta la nostra marina potremmo pattugliare un confine vasto come il nostro nel Mar Mediterraneo. E anche se fosse possibile, quale sarebbe l’alternativa? Lasciare che queste persone muoiano in mare? O, peggio, costringerle a restare in Paesi dove la loro sopravvivenza è già messa a rischio? Molti italiani sembrano ignorare una verità fondamentale: queste persone sono esseri umani esattamente come noi, con l’unica differenza di essere nate in luoghi meno fortunati. Persone che affrontano traversate pericolosissime, attraversano deserti e finiscono spesso in centri di detenzione gestiti da reti criminali, vittime di abusi e soprusi. Arrivare qui per loro è un atto di estrema speranza, spesso vissuto come ultima chance. Abbiamo bisogno degli immigrati, non solo per un dovere morale, ma anche per una questione pratica: in Italia c’è una carenza enorme di manodopera. Molte figure professionali non vengono più formate, e i salari spesso non sono competitivi. Gli immigrati colmano queste lacune, accettando lavori che gli italiani spesso rifiutano. Eppure, anziché integrarli e valorizzarli, li sfruttiamo nel peggiore dei modi. Sebbene l’adeguamento dei salari sia tutt’altra faccenda, l’indice non va puntato verso gli italiani che non accettano stipendi miseri, soprattutto se rapportati con il costo della vita, semmai verso quelli che, in funzione del mero profitto, non si fanno scrupoli a sottopagare e sfruttare persone bisognose, andando peraltro a ingigantire il fenomeno del lavoro nero che, di fatto, altera la concorrenza sul mercato, magari rendendo inoperative quelle aziende o persone che invece agiscono nel pieno rispetto della legalità. L’attuale governo ha aggravato questa situazione. Con la recente manovra, sono stati ridotti drasticamente i finanziamenti destinati ai centri di prima accoglienza e ai programmi di integrazione, eliminando servizi essenziali come l’assistenza legale e i corsi di lingua italiana. Parallelamente, sono stati aumentati i fondi per i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), con l’obiettivo di trattenere i migranti fino a 18 mesi, il massimo consentito dalla normativa europea. Questa politica non solo rende più difficile l’integrazione dei migranti che rimangono in Italia, ma contribuisce a creare un clima di maggiore esclusione e conflitto sociale. Rendere illegittimo quello che dovrebbe essere un diritto universalmente riconosciuto è il primo passo per creare terreno fertile all’illegalità. Tratta una persona da criminale ingiustamente e, molto probabilmente, questa finirà col comportarsi come tale. Non è in dubbio, è sempre stato così, che all’interno delle ondate di migranti arrivino anche criminali e individui allontanati dai loro stessi Paesi per condotte illegali e prive di moralità, così come non è assolutamente in discussione l’opportunità e la necessità di verificare e regolare l’ingresso nel nostro Paese. Dire e sottolineare le differenze tra il nostro modo di vivere e la nostra cultura e quella di persone provenienti da Paesi molto lontani, con morfologie, condizioni climatiche e storie totalmente diverse, è non solo giusto ma assolutamente necessario affinché l’integrazione diventi una priorità. È ragionevole che il pensiero possa far paura: l’esistenza umana si gioca in parte sulla percezione e sull’affrontare il diverso; per quanto difficile e percepito come segno di debolezza, è imperativo farlo. Alla fine, sarebbe una vittoria nella vittoria. Proprio per questo tutta la catena che va dal salvataggio alla prima sistemazione andrebbe potenziata a dismisura, così da creare una perfetta identificazione e distribuzione di chi mette a rischio la propria incolumità in nome della libertà. Limitare o annullare gli strumenti che permetterebbero una migliore gestione del fenomeno, in primis salvando vite e poi facendo in modo che queste stesse vite non finiscano ad alimentare direttamente o indirettamente il tessuto criminale, è il modo migliore per peggiorare ed accentuare gli aspetti negativi di un fenomeno già di per sé tragico. Molti degli immigrati che muoiono nei campi di lavoro, nell’edilizia, nell’industria, spesso non hanno un nome, sono letteralmente sconosciuti, arrivati senza che ne rimanesse traccia, se non quella lasciata nei compagni di sventura. Percepire i tagli al comparto dell’accoglienza come una vittoria o addirittura come un incentivo alla capacità di respingimento è pura follia. Ripeto, trattare questi esseri umani da illegali è il primo step per renderli illegali, non solo come status personale giuridico, ma proprio come possibilità di vita. È un danno nel danno. Un immigrato irregolare che presta la sua manodopera a titolo praticamente gratuito, magari solo in cambio di una tettoia e un pezzo di pane, pur non commettendo reati contro la persona o il patrimonio, contribuisce ad alterare gli equilibri lavorativi. Per un’azienda che decide di operare in maniera legale, diventa di fatto impossibile competere con quelle che, invece, sfruttando manodopera a bassissimo costo, eliminano di fatto un’importante fetta delle spese, potendosi poi permettere una vendita a un prezzo più basso, comunque profittevole, ma impraticabile per chi segue le regole. In quest’ottica, pensare a un aumento dei salari in certi settori e zone è molto più che utopia. Senza scomodarsi in ulteriori particolari ragionamenti, è evidente come questa situazione lasci libero campo all’attività criminale diretta. Questi elementi non possono infine far altro che generare emarginazione e ghettizzazione, situazioni che non possono portare a nulla di buono. Un esempio recente di questa dinamica si è verificato a Milano, nel quartiere Corvetto. La notte tra il 23 e il 24 novembre 2024, Ramy Elgaml, un giovane egiziano di 19 anni, ha perso la vita in un incidente stradale durante un inseguimento con i carabinieri. L’episodio ha scatenato proteste e disordini nel quartiere, con cassonetti bruciati e lanci di bottiglie. Posto che nel momento in cui un individuo o più individui si sottraggono alla legge, tutto quello che succede dopo è in qualche modo una loro responsabilità, e dato per scontato il corretto operato degli uomini in divisa, quello che è seguito è assolutamente emblematico di quanto appena scritto. Sulla disgrazia faranno luce gli organi di giustizia, attribuendo le varie responsabilità; sulle conseguenze sociali, oltre ad attendere eventuali provvedimenti, si può invece ragionare e riflettere. Tralasciando chi, con estrema colpa e dolo, ha paragonato Corvetto alle banlieue francesi o, più in generale, alla situazione migranti a Londra o Parigi, è evidente come la marginalizzazione abbia creato una crepa importante. Milano, rispetto ad altre capitali, per quanto ricca ed economicamente rilevante, è piccola sia come numero di abitanti che come estensione geografica. Inoltre, il fenomeno migratorio è relativamente nuovo rispetto a Francia e Inghilterra, nazioni peraltro con un passato coloniale ben diverso dal nostro. Se il paragone è fuori luogo, la storia può suggerire ulteriori spunti. Parto sempre da un presupposto: se le prostitute esistono in quantità è perché c’è chi ci va. Nessuno può chiudere gli occhi sulla composizione carceraria italiana, sottovalutando la percentuale di stranieri; tuttavia, è totalmente irragionevole pensare che tutti gli immigrati residenti in un quartiere o in altre zone considerate periferiche vivano di sola delinquenza. La maggior parte di essi saranno impiegati a vario titolo nella città o nelle zone limitrofe, alle prese con sfruttamento, disuguaglianza ed enormi problemi legati alla loro regolarizzazione. Certo, molti di loro, magari stanchi di inseguire la chimera di una semplice regolarità, ingolositi dagli sfarzi di una città che non sembra conoscere limiti, avranno optato per la via dell’illegalità, ma non sono la maggioranza. Alla fine, in una città che cresce a ritmi vertiginosi, c’è bisogno di manodopera, e loro servono, a maggior ragione in un contesto dove gli stessi italiani rifiutano posizioni da sempre considerate desiderabili e vantaggiose a causa di un costo della vita troppo alto. Il risultato è stato una ghettizzazione in uno degli ultimi quartieri sopravvissuti a un’inflazione spaventosa che però si sta piegando inevitabilmente alla crescita della città, fenomeno che tra l’altro mette a rischio lo stesso concetto di ghetto, spingendo gli esseri umani necessari ma non graditi ancora più lontano e quindi ancor più in difficoltà per via dei necessari spostamenti da e per il centro. Ripeto, la giustizia farà luce su quanto accaduto, ma è evidente che il vaso sia ormai pronto a scoppiare. E stiamo parlando di Milano, città per molti versi considerata all’avanguardia per aspetti come integrazione e inclusività. L’eco, non tanto della vicenda, quanto dell’opinione pubblica in merito ad essa, esprime perfettamente lo stato di paura ma soprattutto ignoranza in cui buona parte dei cittadini versa. L’atteggiamento più comune, posto il giusto timore che chiunque proverebbe di fronte a situazioni di guerriglia urbana, è quello di allontanamento della minaccia, come se la cosa non ci riguardasse e si trattasse semplicemente di allontanare un pericolo. Evidentemente, la mano che vorrebbe scacciare si dimentica di avere bisogno di quel pericolo e di essere lei stessa ad alimentarlo scorrettamente. A grandi linee basterebbe rimpiazzare tutti gli immigrati, assunti legalmente o no, con italiani. Certo, per farlo bisognerebbe retribuirli correttamente, soprattutto in funzione del costo della vita locale. Direi che, come soluzione, è impraticabile. Buona parte dei protestanti sono in realtà immigrati di seconda generazione, come la vittima dell’incidente, ormai parte integrante del tessuto sociale, probabilmente stanchi di questa mano che vorrebbe scacciarli ma li tiene stretti. Sfatiamo i miti sulla violenza contro le donne. Contrariamente a quanto spesso affermato da alcuni esponenti politici, i dati mostrano che la maggior parte delle violenze sulle donne è perpetrata da italiani. Secondo l’Istat, l’82% degli stupri subiti da donne italiane è commesso da italiani, mentre il 15% da stranieri. Colpevolizzarli per quella che è una nostra responsabilità, a tutti gli effetti una piaga da estirpare, questa sì, è fantascienza. Tuttavia, questo non significa che l’integrazione non possa giocare un ruolo cruciale nel prevenire ulteriori episodi di violenza. In molte comunità migranti, specialmente quelle con forti influenze religiose e culturali, crimini come la violenza contro le donne o altre forme di coercizione all’interno dello stesso gruppo etnico spesso non vengono denunciati, lasciando queste vittime senza giustizia. Offrire percorsi di integrazione mirati può aiutare a rompere questo silenzio e favorire una maggiore consapevolezza dei diritti delle donne, promuovendo così una convivenza ancor più equa e civile. Secondo i dati della Fondazione Leone Moressa, i lavoratori stranieri contribuiscono per oltre 130 miliardi di euro al PIL italiano ogni anno. Inoltre, il loro saldo previdenziale è positivo: versano più di quanto ricevano in prestazioni, contribuendo così al sistema pensionistico. La loro presenza non solo colma vuoti di manodopera, ma sostiene direttamente l’economia nazionale. La gestione dell’immigrazione non può ricadere interamente sui Paesi di primo approdo come l’Italia. È necessaria una politica migratoria condivisa a livello europeo, basata sulla solidarietà e sulla cooperazione. Abbiamo tante responsabilità ma molte di esse devono essere comuni, non solo a carico nostro, colpevoli di una posizione vantaggiosa nel Mediterraneo. Gli italiani sono stati a loro volta migranti. I nostri antenati, emigrando negli Stati Uniti, in Argentina o in Germania, hanno affrontato discriminazioni simili a quelle che oggi subiscono i migranti in Italia. Dovremmo ricordare la nostra storia e imparare da essa. Investire nell’accoglienza, nell’integrazione e nella valorizzazione delle competenze dei migranti può creare una società più ricca, inclusiva e prospera per tutti. Il futuro dell’Italia dipende anche dalla nostra capacità di abbracciare questa opportunità con coraggio e umanità.


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